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Hikikomori: una sindrome che colpisce gli adolescenti

Il fenomeno Hikikomori è nato in Giappone dove è molto diffuso: si contano milioni di casi.   E’ a tutti gli effetti una sindrome che colpisce soprattutto gli adolescenti. Fino a poco tempo fa, sembrava non aver interessato l’Italia, ma invece negli ultimi anni anche per noi questo termine sconosciuto, che sembrava molto distante, ha acquisito un significato e mette in allarme. I primi casi accertati di sospetti Hikikomori sono stati  segnalati in Italia nel 2009, anche se ad oggi non si ha ancora una stima precisa della diffusione del fenomeno .

Il vocabolario della lingua italiana Lo Zingarelli 2013 ha incluso  tra i neologismi il termine giapponese Hikikomori (che significa “isolarsi”, stare in disparte”).

La definizione Indica  adolescenti segregati in camera davanti al computer che interrompono qualunque contatto con la vita reale presente al di fuori delle mura domestiche. Abbandonano la scuola, non frequentano più gli amici, si autoescludono totalmente dalla vita affettiva e sociale.

L’hikikomori trascorre il suo tempo online: si crea un profilo ben preciso, un’immagine che vuole dare di sé all’esterno, che molto spesso non coincide con la sua reale identià. Inizia a chattare in rete ed in modo selettivo ricerca altri hikikomori scegliendo di comunicare solo con chi ha fatto la sua stessa scelta. Il ciclo sonno-veglia è invertito, infatti è proprio di notte che maggiormente è collegato ai social network e nei forum.

Esistono, comunque, delle differenze socio-culturali tra il fenomeno hikikomori giapponese e quello europeo.

Secondo alcuni psicoterapeuti, come la Dott. Carla Ricci, autrice del libro: “Hikikomori: adolescenti, volontà di reclusioni”, il fenomeno in Italia ha preso una piega diversa e presenta dei lati meno feroci, ad esempio l’isolamento non è quasi mai totale: gli hikikomori italiani, a differenza dei giapponesi, accettano di consumare i pasti coi genitori, e di vedere, di tanto in tanto, un amico con cui passare delle ore.

Inoltre, mentre la cultura nipponica presenta regole eccessivamente rigide dalle quali i giovani rifuggono, in Occidente sarebbe invece proprio l’assenza di un sistema coerente di regole a creare nell’adolescente molta confusione e la percezione di sentirsi incapace, inadeguato, di non saper trovare il suo posto nel mondo reale. Ed è proprio da questi presupposti che nasce la scelta di rifugiarsi nel mondo virtuale che appare in quel momento più rassicurante in quanto controllabile e prevedibile. Questa “realtà” on line infatti viene da lui costruita su misura, come sempre stata desiderata dove si può fingere di essere chi si vuole fino ad arrivare a credere davvero di essere così.

Tra i vari articoli apparsi in merito, condivido molto degli aspetti proposti e analizzati da Rosita Baiamonte, una giovane truccatrice italiana che ha scritto il primo articolo in Europa sull’argomento: “L’Hikikomori trasferisce nello spazio angusto della sua camera tutta la forza e l’onnipotenza che non riesce ad avere fuori da lì, nella vita vera, quasi come se vivesse dentro un videogioco dove egli è l’eroe, e in quello spazio l’hikikomori crea, inventa, scrive, produce.

La cosa realmente preoccupante di questo fenomeno è che l’hikikomori finisce con l’appassire, perché si nega al sole, alla luce, ai rapporti sociali, e piano piano, deperisce e muore. Sì, l’hikikomori è un alienato, non per natura, ma per scelta, sebbene esistano delle cause scatenanti che portano il soggetto a voler fuggire dalla realtà; ad esempio, soggetti che per natura molto timidi o che sono costantemente oggetto di scherno da parte dei coetanei sviluppano una forma di repulsione e di rifiuto verso quella società che, di fatto, ride di lui. Tuttavia, non bisogna relegare il fenomeno a semplice apatia o forma acuta di timidezza. È qualcosa di più, è come un morbo che pian piano si espande a macchia d’olio e che sta coinvolgendo sempre più paesi, Italia compresa”.

I soggetti che praticano Hikikomori sono accomunati da uno stato d’ansia, a volte generalizzato, causato in parte dalla rabbia dovuta alla mancata comprensione da parte degli interlocutori abituali non Hikikomori, nonché dal senso di colpa per le abitudini comportamentali assunte.

Lo psicoterapeuta Alberto Rossetti, in un recente articolo scritto in merito, evidenzia come si tenda a sovrapporre il fenomeno Hikikomori alle dipendenze da internet. In effetti è vero che molti adolescenti trascorrono tante ore, anche notturne, online giocando, chattando, guardando serie tv. In realtà, però, lo stare in rete sembrerebbe una conseguenza della scelta di reclusione e autoesclusione dal mondo reale più che la causa.

I genitori spesso assistono impotenti, spaventati e confusi di fronte alla scelta di reclusione del figlio. Anche loro vanno aiutati perché a loro volta possano essere di aiuto ai figli. Proprio per questa convinzione di non essere compresi, è importante che i genitori siano comprensivi e propositivi con i figli al fine di evitare di rafforzare le loro convinzioni. Attraverso la disponibilità e la presenza è fondamentale che riescano a mantenere o a riaprire un dialogo al fine di favorire sostegno e accettazione, uno spiraglio di apertura, un tramite con la realtà, per far comprendere la necessità di farsi aiutare da uno specialista per intraprendere un lavoro terapeutico volto ad affrontare e a liberarsi delle paure dalle quali hanno scelto finora di scappare.

About Elisabetta Carnero

Psicologa mi occupo principalmente di counseling e sostegno psicologico per l’individuo, la coppia e la famiglia, con particolare attenzione alle tematiche adolescenziali. Nell’ambito della psicologia educativa e dello sviluppo, svolgo analisi ed interventi sul conflitto fra minore ed ambiente sociale ed educativo, prevenzione del disagio minorile ed adolescenziale, formazione sui principi fondamentali dell'educazione/apprendimento, valutazioni cognitive, interventi su problemi specifici di apprendimento, anche per ragazzi diversamente abili, diagnostica delle attitudini, motivazioni, interessi in funzione delle scelte scolastiche e professionali, consulenza per la predisposizione di piani educativi individualizzati e per interventi educativi, sia alla famiglia che agli insegnanti. Quattro termini che riassumono ciò di cui mi occupo sono prevenzione, relAzione, comunicAzione e trasformAzione, perché è l’Azione che fa il maestro ed è auspicabile che ognuno di noi diventi, nel corso dell’evoluzione, maestro di se stesso.

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